Una parola usata nel modo sbagliato può trasformare un verbale in una fonte di equivoci e, nei casi più seri, incidere sulla vita delle persone. È il filo conduttore dell’incontro ospitato all’Hotel Excelsior dal Rotary Club Marina di Massa Riviera Apuana del Centenario, dedicato alla raccolta di strafalcioni giudiziari dell’avvocato Dino Del Giudice. A moderare la serata sono stati la presidente del Club, Laura Iardella, e l’avvocato Michele Caro.
Il titolo scelto per l’appuntamento, "I tre entrambi pregiudicati", giocava proprio sull’errore grammaticale: entrambi indica due persone, non tre. Da questo paradosso è partita una riflessione sul confine, talvolta sottile, tra errore giudiziario e semplice svista linguistica. L’incontro si è svolto senza supporti visivi, affidando il racconto esclusivamente alla forza delle parole e agli episodi raccolti in decenni di esperienza nelle aule e nei fascicoli.
Dalle battute agli equivoci nei verbali
In apertura è stato richiamato l’articolo 24 della Costituzione, che prevede la riparazione degli errori giudiziari. Il tema è stato introdotto anche attraverso una scena della satira di Woody Allen sulla criminalità organizzata: due uomini finiscono sotto intercettazione mentre la linea telefonica è disturbata e non riescono a comprendere le parole dell’altro. Nonostante l’assenza di contenuti utili, la telefonata viene utilizzata come prova e porta a una condanna.
Il repertorio presentato da Del Giudice ha poi attraversato numerosi casi di formulazioni improprie. Una vittima di rapina, scrivendo di avere "imprecato l’aggressore di lasciarla stare", rischia di apparire come autrice dell’aggressione. In un altro verbale, la refurtiva viene sottratta dall’auto di una persona che rientrava "da una battuta di cacca". Tra gli esempi citati anche il fidanzato che "si prodigava a lanciare bicchieri e bottiglie" e il querelante che, invitato a rimettere la querela, precisa di volerla togliere.
Quando una parola cambia il significato
Particolarmente ricca la sezione dedicata al carcere e alle intercettazioni. Un detenuto viene accompagnato fuori dall’ambulatorio "con non poca facilità", espressione che comunica il contrario di quanto probabilmente si intendeva. Un altro è descritto come in "evidente stato incandescente" invece che in escandescenze. In una conversazione ascoltata dalle forze dell’ordine compare inoltre l’"airone celerino", nato dalla sovrapposizione tra il nome di un uccello e il riferimento alla Celere.
Altri strafalcioni riguardano un muro storico "deturbato" invece che deturpato, i "bassi prelievi" al posto dei bassorilievi, i "falconi" invece dei faldoni e i buoni postali definiti "frutticoli". Non sono mancati il dirigente "lassativo" invece che lassista, la "pistola schiacciacani", il bolero di Ravenna, "L’uccello di fuori" attribuito a Stravinskij e le passeggiate sui lungarni della Senna.
La parte più significativa della serata ha riguardato però il caso di Mustafa, arrestato nel 1990 per non avere ottemperato a un decreto di espulsione. L’uomo dichiarava di non comprendere l’italiano e il pubblico ministero chiese il carcere anche per l’impossibilità di identificarlo. La difesa sottolineò come la conoscenza della lingua comune non garantisca la comprensione di quella tecnica, utilizzata nei provvedimenti giudiziari o nelle diagnosi mediche. Il pretore dispose così la nomina di "un interprete di lingua araba che conosca bene la lingua araba": una formula involontariamente comica, ma una vittoria per la difesa.
In chiusura è stato ricordato l’episodio di un processo al quale aveva partecipato come testimone il Prefetto. Il magistrato lo trattò con la consueta formalità, per poi chiedere al cancelliere, senza accorgersi che il microfono era ancora acceso, se quello appena uscito fosse davvero il Prefetto. La risata del pubblico ha concluso una serata che ha usato l’ironia per richiamare un principio serio: nei documenti giudiziari, una lettera o una parola sbagliata possono modificare il senso di un fatto e avere conseguenze tutt’altro che leggere.