Si è aperta a Carrara la 21ª edizione di Con-Vivere, il festival dedicato alla cultura e alla riflessione sui temi della società contemporanea. Il maltempo ha costretto gli organizzatori a trasferire l’appuntamento nella Sala Garibaldi, ma l’incontro ha richiamato una grande partecipazione, con la presenza di cittadini, rappresentanti delle istituzioni e del pubblico abituale della manifestazione.
Al centro dell’apertura è stato posto il tema della città come spazio comune e accessibile a tutte le età. La consulente scientifica Elena Granata ha sviluppato il suo intervento a partire da alcune domande sulla possibilità di vivere i luoghi urbani senza barriere e senza trasformare ogni esperienza positiva in un servizio a pagamento. Il punto di partenza è stato il rapporto tra bambini, piazze e spazi pubblici: una presenza che, secondo Granata, non dovrebbe essere considerata un intralcio.
La cultura come bene comune
L’incontro è stato introdotto e moderato dalla giornalista Cristina Lorenzi. Sul palco sono intervenuti i rappresentanti delle istituzioni. Il presidente della Fondazione CrC, Enrico Isoppi, ha richiamato l’eredità di Remo Bodei e la missione originaria del festival: portare la cultura vicino ai cittadini, nelle strade e nelle piazze. Una vocazione che, negli anni, ha contribuito a fare di Con-Vivere una manifestazione capace di superare le 25mila presenze.
Il presidente della Regione Eugenio Giani ha definito Con-Vivere uno dei festival più stimolanti della Toscana e ha descritto Carrara come una città da scoprire attraverso le sue strade, la sua identità e la sua storia. La sindaca Serena Arrighi ha sottolineato il legame tra cultura e salute della comunità, ricordando l’idea di una città costruita come luogo di relazione, eventi culturali e spazi verdi. Sullo stesso tema è intervenuta l’assessora regionale alla Cultura Cristina Manetti, mentre la direttrice Emanuela Mazzi ha invitato il pubblico ad abitare la città e a viverne gli spazi.
Il rapporto con lo spazio pubblico
Nel suo intervento, Granata ha spostato l’attenzione dalla città intesa come insieme di edifici alla città come esperienza quotidiana. Secondo la consulente, le persone parlano meno nei luoghi di incontro, come le piazze e i mercati, e vivono secondo ritmi sempre più rapidi. Questo cambiamento incide anche sul modo in cui gli spazi vengono progettati e utilizzati, con conseguenze sulle relazioni tra le persone.
Tra gli elementi evidenziati c’è la progressiva riduzione della presenza dei bambini nello spazio pubblico. La loro scomparsa dai luoghi condivisi, ha osservato Granata, modifica le abitudini e può rendere la comunità meno tollerante nei confronti delle esigenze dell’infanzia. Allo stesso tempo, vengono meno competenze e consuetudini che un tempo facevano parte della vita quotidiana.
Per questo abitare non significa soltanto possedere o occupare una casa, ma avere un posto nel mondo, costruire relazioni di prossimità e poter contare su una città accogliente. La riflessione si è concentrata infine sulla privatizzazione dello spazio pubblico, considerata una delle trasformazioni che negli ultimi cinquant’anni hanno ridotto la funzione sociale dei luoghi urbani. Da qui l’invito a ripensare una città capace di offrire occasioni di incontro e beni comuni accessibili.