Il 17 luglio 1988 segna una data tragica per la comunità apuana: alle 6:10 e alle 6:15 si verificano due esplosioni presso la Farmoplant, un’industria chimica che produceva fitofarmaci pericolosi, tra cui il noto Rogor. L’incidente provoca un’enorme nube tossica che si diffonde nel cielo, costringendo migliaia di persone a fuggire dalla zona. Questo evento non è solo un incidente industriale, ma rappresenta il fallimento di un intero modello di sviluppo che ha messo in secondo piano la salute e l’ambiente, privilegiando gli interessi economici.
Oggi, a distanza di 38 anni, i veleni rilasciati durante l’esplosione sono ancora presenti nel territorio. Le terre non bonificate e le acque sotterranee continuano a essere contaminate. I report sanitari ed epidemiologici, come quelli del progetto ‘Sentieri’ e ‘Sintesi’, evidenziano dati allarmanti per la salute della popolazione. La memoria di quel giorno è ancora viva tra i residenti, che si trovano a riflettere su quanto poco sia cambiato nel tempo.
Il fallimento della bonifica
Negli ultimi anni, l’iter per la bonifica delle aree inquinate, designate come Siti di interesse nazionale e regionale, ha subito numerosi ritardi. Inizialmente erano previsti 25,5 milioni di euro per la bonifica, ma questi fondi sono stati revocati a causa della scadenza dei termini. Le somme successive, pari a 7,5 milioni e 12 milioni dalla Regione, si sono rivelate insufficienti e i lavori sono fermi. La Sogesid, società del ministero dell’Ambiente, ha appaltato i lavori, ma il progetto esecutivo attende ancora le necessarie autorizzazioni.
Il 22 giugno 2026 è scaduta l’ultima proroga concessa dal ministero per l’avvio dei lavori di bonifica, autorizzati nel 2022. Si prevede che nelle prossime settimane venga concessa una terza proroga, ma il rischio è che anche nei prossimi anniversari si ripetano le stesse problematiche, senza che si arrivi a una soluzione definitiva per la bonifica del territorio.